Jerome e Juliet
Racconto di Pietro Gambino
È il momento, alzati. La voce, gutturale e aspra, proveniva da una grata nella porta.
Jerome non si mosse e, seduto sul pavimento al centro della cella, continuò a fissare il muro di fronte.
Quando l’avevano sbattuto lì dentro si era rifiutato di mangiare e di rispondere alle domande. Aveva invece cercato dei punti deboli nella struttura, delle fessure da scavare nel muro, ma le pareti erano solide e spesse e non c’era alcuna finestra. Dalla porta di ferro sentiva gli occhi delle guardie sempre su di sé.
Jerome non aveva però smesso di osservare. Nei giorni successivi, per distrarsi dalla fame e dal dolore, aveva percorso con gli occhi ogni anfratto della stanza, ogni superficie, ogni, macchia e aveva giocato con le sporgenze scalfite e le ombre tremolanti. Dopo due settimane, attraverso il lento lavorio dell’immaginazione, dalla parete arrugginita era emersa la figura di una giovane donna. Dapprima un profilo abbozzato, con il passare dei giorni Jerome l’aveva studiata, pensata e sognata nella sua interezza e ne aveva con pazienza ricostruito ogni singolo capello, l’increspatura delle labbra, i pori della pelle. Ora poteva vederne persino il respiro e credeva di sentirne il calore.
A quella donna Jerome si era presentato, le aveva raccontato la propria storia e aveva tratto conforto dal suo sguardo che talvolta, al mutare della posizione di lui e delle ombre sul muro, gli pareva desolato e compassionevole.
La guerra è una carogna, le raccontava, si prende tutto di te, anche i pensieri.
Jerome indicava una cicatrice che gli spaccava la guancia sinistra e diceva: È l’unico ricordo che ho della mia famiglia.
Poi non ci fu più bisogno di parole per capirsi, e Jerome aveva continuato a mirare quello sguardo severo e indecifrabile. Perso nella sua contemplazione non sentì che la guardia lo stava chiamando, né distolse lo sguardo dal muro quando la porta di ferro si aprì cigolando e gli stivali delle guardie rimbombarono nella stanza. Jerome fu afferrato per le braccia e sollevato da terra. Lui li lasciò fare e non sviò gli occhi dalla donna sul muro nemmeno quando iniziarono a trascinarlo fuori di peso.
Gli sembrava che la donna volesse finalmente comunicare con lui, rompere quel silenzio di sguardi in cui era stata finora intrappolata. Ma la donna non parlò.
Addio Juliet, disse allora Jerome, e chiuse gli occhi per portare con sé quell’immagine e non vedere più nulla del mondo.
Andando verso il patibolo Jerome fantasticò su quale passato misterioso potesse celarsi dietro il volto di Juliet, a chissà quali tormentosi trascorsi lei fosse scampata o stesse andando incontro. Se la figurò cresciuta nella campagna del Nuovo Mondo, lontana dalle città di palazzi e di luci che pure l’avevano affascinata già dall’infanzia, quando per la prima volta, dopo averla vista in una cartolina, la piccola Juliet aveva sognato di trasferirsi a Parigi.
Nulla, mentre cresceva, era riuscito a sradicare questo suo desiderio che anzi prendeva più forza quanto più la vita monotona del suo paese diventava soffocante. Neanche la guerra che stava a quel tempo devastando l’Europa l’avrebbe potuta fermare. Osservando dalla finestra un acquazzone estivo che si abbatteva sull’orto, diceva a se stessa: Parigi suona più forte delle bombe.
Un giorno, mandata dai genitori a far compere nel paese vicino, un bambino le si era avvicinato e, strattonandola per la veste, le domandò con un largo sorriso: Stiamo sognando? Senza attendere una risposta il bambino corse via scomparendo nella folla.
Poco tempo dopo, recuperati tutti i risparmi e lasciato un breve biglietto d’addio, la ragazza salpò da New York per la Francia.
Era passata una settimana dal suo arrivo in Europa e Juliet procedeva a piedi verso Parigi seguendo il corso della Senna. Superato un silenzioso villaggio di contadini, si accorse di una piccola folla radunata in un prato a poca distanza dalla riva. Avvicinandosi vide che erano in gran parte donne. Tenevano la testa bassa e recitavano tra i singhiozzi quelle che le sembrarono preghiere. Juliet si fece largo tra di loro e all’improvviso la calca si aprì come un sipario e lei si trovò di fronte a una pila di cadaveri. Era la prima volta che vedeva dei morti.
Erano uomini coperti di polvere e fango, così tranquilli nella loro immobilità da sembrare un tutt’uno con la terra e le piante che stavano attorno. Sangue rappreso, più scuro nei punti dove le pallottole avevano penetrato la carne, colorava quelle che un tempo dovevano essere state divise militari. Avevano tutti le mani legate e alcuni erano stati incappucciati.
A lungo Juliet rimase lì, prima in piedi, poi in ginocchio, fissando un corpo tra i molti che aveva richiamato la sua attenzione. Gli occhi di questo soldato erano aperti e spenti, e nella divisa scarlatta Juliet contò quattro squarci. L’uomo aveva una lunga cicatrice sulla guancia sinistra e le labbra rinsecchite erano socchiuse.
Juliet si concentrò sui suoi occhi e provò a immaginare la vita dell’uomo. Immaginò il suo nome, Jerome. Forse Jerome aveva una moglie, pensò, magari dei figli. Fantasticò su come Jerome fosse sopravvissuto al fronte e fosse tornato al villaggio per visitare la famiglia.
Poi Juliet pianse pensando a un’incursione aerea. Una bomba sganciata, la casa di Jerome distrutta, i corpi di sua moglie e dei suoi figli dilaniati. Un orribile cicatrice sul volto a perpetuo ricordo di quel tragico evento.
Jerome era tornato al fronte ma, senza avere il tempo di vendicare nessuno, era stato catturato e rinchiuso. Se lo figurò abbattuto e inerme nella sua cella a crearsi un mondo tutto suo dove rifugiarsi in attesa della fucilazione.
Chissà, forse, preso dallo sconforto più totale, Jerome se ne stava lì seduto al centro della cella, fissando un muro scrostato e anonimo, parlando con una donna che esisteva solo nella sua mente, sperando che fosse lei quella viva, quella reale, quella che non aveva ancora perso tutto.
Addio Jerome, disse Juliet.


