Bellissimo
Racconto di Pietro Gambino
Quello di seguito è un estratto dal romanzo che sto scrivendo. Credo che funzioni bene anche come racconto. Pietro
Una volta, molti anni dopo la morte di nostra madre, svegliai Lucio e Riccardo, li feci vestire in silenzio e li portai in stazione. Salimmo sul treno per Milano e da lì ripartimmo per il lago di Como. Riccardo pianse tutto il tragitto e se Lucio non mi avesse aiutato distraendolo sono sicuro che l’avrei mollato da qualche parte senza troppi rimpianti. Lucio. Di solito così taciturno, così introverso. In casa era parte dell’arredamento, una protuberanza della sedia, un ponte curvo sul computer. Solo io di tanto in tanto riuscivo a ricondurlo al nostro mondo, ed ogni suo sorriso era una medaglia al valore che mi ripagava degli sforzi compiuti. Erano solo istanti. Poi una cappa oscura calava su di lui, e allora tornava a volgere lo sguardo allo schermo del pc, non so se per seppellire il proprio sconforto o per scavare da lì una via di fuga.
Quel giorno sul treno, però, la sua espressione era gioiosa come un cielo all’improvviso sgombro di nubi. Era lui l’istrionico intrattenitore disposto a battere le mani e saltare tra i sedili per catturare l’attenzione di Riccardo e distoglierlo dalla paura dell’ignoto. E quando giungemmo in vista del lago, timori e pianti erano ormai stati domati.
Scendemmo a Varenna in una splendida mattina di marzo. La stagione turistica non era ancora iniziata ma già si vedevano numerose coppiette a braccetto e drappelli di ragazzi scalmanati approfittare del sole propizio e percorrere le ripide viette a scaloni che digradavano verso la riva. Adesso era Riccardo a farci strada, dimentico non solo della casa a cui l’avevo strappato, ma persino dei suoi stessi fratelli. Gli correvamo dietro, gli gridavo di stare attento, che era facile inciampare e farsi male. Lucio sedette su una panchina davanti all’acqua calma, e contemplava i gabbiani, le barche e i pesci. Portai Riccardo a prendere un gelato e quando tornammo Lucio era ancora lì assorto.
Che pensi? chiesi.
Che è bellissimo, disse.
Il lago?
Tutto.
Tutto tutto?
Tutto.
È vero.
Mi sedetti accanto a lui mentre Riccardo con il gelato in mano si avvicinava di soppiatto ad alcune papere.
Perché non è sempre così? chiese Lucio guardando di fronte a sé, e forse lo chiedeva a se stesso.
Vorrei saperlo anch’io.
Riccardo scoppiò a piangere. Mi girai e vidi che il gelato gli si era spappolato a a terra.
Quando tornammo a casa, nel tardo pomeriggio, mio padre non disse nulla. Se ne stava sul divano del soggiorno, nella penombra, le tende chiuse e la bottiglia aperta. Aspettò che salissimo in camera e quando non avemmo altre vie di fuga ci raggiunse con gli occhi vitrei e il viso paonazzo, per farci pagare il prezzo di quella scampagnata. Negli anni seguenti io e Lucio tornammo diverse volte a Varenna, ma sempre di meno e con crescente fatica, assorbiti come eravamo io dalla vita e lui dall’abisso. Riccardo però non ci accompagnò mai.


